“Con l’evasione fiscale a 140 miliardi è chiaro che il sistema sanitario pubblico è in default”.
Non lascia spazio alle mezze verità la voce arrochita di Giorgio Cavallero, medico in pensione e segretario generale di Cosmed, la Confederazione sindacale della dirigenza del pubblico impiego che riunisce con i suoi 35 mila iscritti numerose sigle del settore, a cominciare da Anaao-Assomed. “Mancano 10 mila fra infermieri e medici nei nostri ospedali – rincara – e, senza il privato sociale che fa da stampella, si dovrebbe dichiararare il fallimento del Servizio sanitario nazionale.”
Camminare Insieme, associazione che da 30 anni cura gratuitamente gli ultimi a Torino, ha organizzato un convegno sull’interrogativo Salute e cura: sono un privilegio o un diritto universale?, ad onor del vero retorico. Quasi cinquant’anni fa, nel 1978, il Parlamento approvò l’istituzione del Servizio sanitario nazionale: unità socio-sanitarie locali, medicina di prossimità, cure gratuite per tutti. Ma riproporre l’interrogativo ora, e per di più nel calendario del Festival dell’Accoglienza, è stato come buttare un gran sasso nello stagno della politica governativa che sta orientandosi sempre di più sul modello Lombardia, servizi pubblici per le emergenze, per il resto convenzioni con il privato. Soprattutto quello che investe in ambulatori e cliniche perché rendano. Altra cosa dal privato sociale senza scopo di lucro.
Giulio Fornero è il direttore sanitario di Camminare Insieme e dà un’idea di come si spenda la solidarietà dei 250 volontari dell’associazione, fra infermieri e medici, verso gli ultimi sulla scala sociale della malattia e della cura:
“Nel tempo del Covid abbiamo svoltato. Dovevamo uscire dal nostro ambulatorio per continuare ad operare in un periodo di grande emergenza, in cui dei senza fissa dimora e degli stranieri, in particolare se privi di documenti, non si preoccupava nessuno. Abbiamo portato a domicilio e nei centri del Comune i nostri servizi, a cominciare da quello pediatrico. E abbiamo contribuito a fare 100 mila vaccinazioni. Adesso che la sanità pubblica è in grande affanno assicuriamo 16 mila prestazioni l’anno. Non solo agli stranieri con o senza documenti. Curiamo sempre di più anziani italiani poveri con malattie invalidanti, persino persone di classe media in difficoltà economica.”
I costi della sanità pubblica – ricorda Fornero – ammontano a 120 miliardi di euro l’anno e dalle ricerche economiche sappiamo che gli italiani spendono ormai per farsi curare dai 40 ai 60 miliardi. Un’enormità che dà la misura dei problemi.” Cifre che rendono bene anche il senso del business che sta trasformando la sanità.
Maria Pia Bronzino, del Sermig che ha aperto 35 anni fa nel fu Arsenale militare di Porta Palazzo un ambulatorio sanitario, rende testimonianza anche delle piccole necessità che “fatichiamo ad immaginare con il senso comune. Come evitare la spesa, da parte di famiglie monoreddito da 1200/300 al mese con più figli, per il certificato di idoneità all’attività sportiva dei bambini. Il pediatra di base non lo fa. Noi lo facciamo gratuitamente a chi ha bisogno.”
Si parla di non complicare la vita a chi ha già tanti problemi. Altri relatori hanno evidenziato come l’accesso ai servizi sanitari attraverso lo strumento dello Spid sia odioso per le persone non autonome nel maneggiare la tecnologia, costrette a farsi aiutare per operazioni considerate di semplificazione per tutti, mentre così non è.
Tocca a Salvatore Geraci, responsabile dell’area sanitaria della Caritas di Roma, riordinare i tanti argomenti emersi:
“Vivacchiamo nella diseguaglianza, ripeteva il mio vecchio direttore Luigi Di Liegro. Questo è anche il senso del contesto in cui è cambiata la risposta pubblica alla richiesta di cure. Noi lo verifichiamo quando, la mattina, apriamo le porte dei nostri ambulatori: si affacciano sempre di più, accanto agli stranieri, italiani che non hanno altra possibilità. Stiamo per davvero diventando una stampella del Servizio sanitario pubblico. Non deve esere così, non vogliamo che sia così. Ci deve essere un’integrazione dei servizi e delle prestazioni, nel senso di programmare insieme, promuovere ricerca, fare formazione insieme, mettendo in primo piano la questione dei diritti. Non è solo un problema di maggiori risorse per gli ospedali pubblici, un obiettivo importante è avere un Servizio sanitario nazionale dinamico.”
Geraci traduce il concetto in un indirizzo: “Diventa prioritaria un’azione collettiva che, includendo il Servizio sanitario nazionale, sposti il margine sociale. Puntare su servizi di prossimità è una via. Qui abbiamo sentito di associazioni di volontariato che, dopo aver aperto mense, si sono accorti della necessità di offrire cure odontoiatriche gratuite e l’hanno fatto, in alcuni casi con la collaborazione di istituzioni pubbliche. Anche una legge sulla cittadinanza, per fare un esempio di tutt’altro genere, che coinvolga centinaia di migliaia di giovani e milioni di famiglie sposta il margine sociale. Così come una legge sul salario minimo, qualsiasi misura che emancipi tantissimi dal lavoro povero o assista dignitosamente chi non ha lavoro. Da parte nostra, con parole oneste, c’è l’impegno a non confondere le prestazioni con la cura. La cui responsabilità va rimessa al Servizio sanitario pubblico. ”
Un modo elegante per dire: noi del volontariato ci siamo e ci saremo, ma lo Stato non può abdicare ai principi costitutivi della legge 883 del 1978, una delle poche grandi riforme del nostro paese.





