Occorre l’audacia della Pace. Il mondo ha bisogno di guardare alle donne per pensare alla pace”. Le parole del Papa riportate da Marzia Sica, responsabile Obiettivo Persone della Fondazione Compagnia di San Paolo, introducono l’incontro “Una profezia della pace al femminile”. Ne hanno parlato alla Biblioteca Italo Calvino Luisa Morgantini, già europarlamentare e scrittrice, Nirit Oren di Women Wage Peace, associazione israeliana per la pace, Nivine Sandouka, attivista di Alliance for Middle East Peace, organizzazione di associazioni israeliane e palestinesi per la pace, e Veronica Fernandes, giornalista e reporter di Rai News24.

Quello della guerra è dunque un destino inesorabile, ha ancora senso parlare di pace? A rispondere è Nivine Sandouka.
“Come palestinese, devo dire che il conflitto non è iniziato l’8 ottobre, ma molto tempo prima con l’occupazione, combattendo e confrontandoci con questa ingiustizia. Ora, dal 7 ottobre, ci chiediamo quale sia il significato della parola pace, di fronte ai numeri del conflitto: oltre 40mila palestinesi uccisi, 1400 israeliani vittime degli attacchi terroristici e ancora 200 ostaggi. Le persone non hanno più speranza nella parola Pace. Dobbiamo parlare di sicurezza, cessate il fuoco, liberazione degli ostaggi e anche di prospettive economiche. Non ci sono orizzonti politici per noi, come già prima del 7 ottobre. Dobbiamo risolvere il conflitto, non gestirlo: c’è un processo di disumanizzazione in corso. Il mondo delle associazioni per la pace deve capire come includere la narrazione dei fatti nel nostro lavoro, come fornire il supporto psicologico necessario. Si è persa la dimensione dell’essere umano, in favore della visione del nemico: tutte le persone sono traumatizzate, di entrambi i popoli. Dobbiamo essere parte della soluzione”.
Il ruolo delle donne deve essere riconosciuto, per poter contare.
“Anche a livello ufficiale, si parla di protezione delle donne all’interno dei conflitti, ma i governi hanno spesso fallito. Ci sono stati abusi sessuali in Gaza e in Israele, ci sono donne che muoiono o perdono i loro figli. A livello politico, poi, nei due governi le donne non esistono. Abbiamo fatto un sondaggio con cento organizzazioni di pace e spesso le donne sono a capo”, in più del 50% dei casi. Perché, allora, non vengono ascoltate nei processi politici? Noi non crediamo nelle guerre, sappiamo che cosa ci vuole per costruire la pace. Vogliamo lo spazio per essere ascoltate”.
Le donne hanno un altro concetto di pace. Lo ribadisce Nirit Oren di Women Wage Peace, associazione di donne palestinesi e israeliane che lavorano insieme.
“La guerra non è, e non sarà mai, la soluzione al nostro conflitto. Le persone hanno perso fiducia e speranza, ma dobbiamo continuare a lottare per la soluzione. La distruzione in Gaza è incredibile, la sofferenza è insopportabile. Non possiamo continuare a vivere così. Le donne hanno un approccio in politica diverso, come madri e donne hanno una voce differente. Più di quanto siano capaci di fare gli uomini, vogliono che i loro figli possano crescere in sicurezza e con delle opportunità per il futuro. Le donne devono prendere il posto che meritano e far emergere il loro approccio più compassionevole di vedere le cose. Speriamo che i leader mondiali siano coraggiosi abbastanza da fermare la guerra”.
I fatti dell’ultimo anno hanno rafforzato la necessità degli sforzi di associazioni come Women Wage Peace. “Dal 7 ottobre – racconta Nirit Oren – il nostro lavoro si è intensificato, capiamo che il senso di paura è diventato enorme. È incredibile quanto una guerra sia inutile e costosa, con sempre più paesi sono coinvolti. L’appello ai grandi del mondo, agli educatori a tutti gli attori che partecipano alla società civile è di firmare la petizione per lo stop al conflitto”.
La giornalista Veronica Fernandez ha posto l’attenzione sul senso più profondo del suo lavoro, di testimone e di come sia possibile fare “giornalismo di pace”.
“La guerra la conosco bene, è il mio lavoro ed è facile da vedere: è fatta di morte, missili, funerali, di governi che le decidono e a cui servono, che le finanziano e che ci guadagnano. Sotto, poi, ci sono le persone normali, quelle che prima che le guerre iniziassero conducevano una vita normale. La guerra è fatta di tantissime ferite, soprattutto in guerre molto lunghe, che non si rimarginano mai. In questo senso la guerra perde di vista l’umanità. Noi come giornalisti proviamo a cercarlo anche quando sembra non esistere”.
Il rischio, come già sottolineato, e di deumanizzare l’altro: non ci si vuole confrontare, ma solo vincere e schiacciarlo. “In questo senso il mio compito penso sia quello di raccontare le storie, anche quelle più dure e lontane dal senso di umanità e compassione. Ho conosciuto, ad esempio, una giovane donna israeliana fermamente convinta a difendere un outpost (embrionale colonia non autorizzata all’interno di territorio palestinese) perché lo riteneva giusto, pur con enormi difficoltà pratiche come la mancanza di servizi di base, e l’oggettivo rischio per lei e la sua famiglia. Pochi giorni dopo una giovane ventenne palestinese mi raccontava il sogno di diventare giornalista, ma prima ancora, la sete di vendetta per i suoi fratelli morti negli assalti israeliani”.
Le vicende più toccanti sono forse quelle delle donne di generazioni precedenti: “Ho incontrato una donna israeliana che nei momenti precedenti all’assalto a Rafah, ha mandato una lettera insieme ad altre 40 mamme chiedendo al governo di non farlo. La sua preoccupazione era per i loro figli, ma lei stessa si rendeva conto quanto fosse stato difficile esprimere questo pensiero perché avevano paura di essere discriminate. In più era scioccata dal rendersi conto di pensare solamente ai propri miei figli e non ai palestinesi che sarebbero morti. Li ha capito quanto la guerra le fosse entrata dentro e quanto fosse complicato togliersela di dosso”.
L’appello finale arriva da Luisa Morgantini: “Bisogna rifiutare la logica della forza della guerra, essere costruttrici di pace. Occorre decostruire la figura del nemico tra palestinesi e israeliani. Ogni tanto si deve riconquistare anche il valore della parola pace, usate in passato per raccontare operazioni di guerra. Noi della rete internazionale delle Donne in nero contro la guerra e la violenza abbiamo scelto la strada di dialogare e stare insieme”.


