Come funzionano le attuali politiche europee in materia di immigrazione e asilo? Se n’è parlato durante la presentazione del libro “Chiusi dentro: i campi di confinamento nell’Europa del XXI secolo” in una discussione profonda e toccante. Il volume, curato dalla rete RiVolti ai Balcani, analizza il sistema di campi di confinamento organizzato dall’Unione Europea, che si estende oltre i confini europei, coinvolgendo Paesi terzi in un processo di esternalizzazione del diritto d’asilo.
Gli autori Duccio Facchini e Luca Rondi hanno condiviso con il pubblico le motivazioni e i risultati della loro inchiesta, accompagnati da figure di spicco nel campo dell’immigrazione e dei diritti umani come l’avvocato Maurizio Veglio dell’ASGI, Ben Mrad Akrem, rifugiato inserito in un progetto di accoglienza familiare, e Arnaud Yao, operatore del Rifugio Fraternità Massi. Esperienze personale e competenze professionali unite insieme hanno reso la presentazione un momento di riflessione collettiva sulle gravi violazioni dei diritti umani ai confini europei.
Il libro indaga anche il ruolo della tecnologia nella gestione delle frontiere e nelle pratiche di respingimento, con particolare attenzione al controverso operato di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. I relatori hanno evidenziato come i respingimenti e le riammissioni siano divenuti strumenti sistematici per limitare l’accesso all’asilo, violando i principi fondamentali della protezione internazionale.
L’intervento del direttore generale del Jesuit Refugee Service per l’Europa Sud Est, padre Stanko Perica, ha ulteriormente arricchito il dibattito, sottolineando la dimensione etica di queste politiche. Anche la giornalista Francesca Berardi ha offerto una prospettiva mediatica, mettendo in luce l’importanza del racconto e della testimonianza diretta per comprendere la realtà di chi è intrappolato in questo sistema.
Il giorno dopo, gli stessi spazzi di via Cottolengo hanno ospitato l’incontro “Fino a quando dovremo continuare a parlare di caporalato?” Lo sfruttamento grave dei lavoratori, spesso migranti, da parte di imprenditori è uscito dal confine “rassicurante” per l’immaginario collettivo di realtà distanti e ha invaso tutta l’Italia, dal Nord al Sud, soprattutto per quanto riguarda agricoltura, allevamento, facchinaggio ed edilizia.
Ne hanno discusso, con la moderazione di Ottavia Giustetti, giornalista di La Repubblica, Elsa Fornero, docente dell’Università di Torino ed ex ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Gian Carlo Caselli, ex procuratore della Repubblica di Torino, Francesco Gianfrotta, già presidente sezione GIP Torino, Marco Buttino, Università di Torino e scrittore e Kasem Mohamed Ibrahim, educatore e autore del libro “Tra terre amare. Undici traversate più due” (Seb27, 2023).
Proprio quest’ultimo ha aperto l’incontro con il toccante ricordo dell’episodio che ha cambiato la sua vita: “14 metri di volo, di vuoto. Ricordo che poco tempo prima cadde un altro ragazzo egiziano, unico figlio maschio della sua famiglia. Lui morì. Vidi la sua faccia che mi guardava mentre pensavo che sarei morto. A differenza sua, me la cavai, atterrai sul bidone dell’immondizia. A quel punto gridai aiuto, ma non nella mia lingua, sapevo che gli altri lavoratori in nero non avrebbero potuto aiutarmi, avrebbero rischiato il lavoro e il loro futuro in Italia. L’uso della lingua italiana in quel drammatico momento è stato il primo vagito della mia seconda vita”. Abbandonato davanti al pronto soccorso dai suoi connazionali, come un oggetto, Kasem Mohamed Ibrahim ha deciso di denunciare l’accaduto, sapendo a che cosa sarebbe andato incontro. “Quel giorno febbraio 2014, ho cambiato vita, intraprendendo una strada di non ritorno. Quando mi venivano a trovare in ospedale, controllavano che io non facessi denuncia. Mi hanno offerto dei soldi: 14.400 euro valevo un anno di stipendio (in nero) per non dire nulla. Decido di denunciare, ma avevo tantissima paura: grazie a mia moglie ho trovato il coraggio di farlo. Da quel momento nessuno è venuto più a trovarmi e da allora è iniziato un lungo percorso tutt’altro che semplice”.
All’ex ministra Elsa Fornero è stato chiesto di definire i contorni del caporalato. “Premetto che non mi sono mai occupata direttamente del fenomeno. Noi oggi conosciamo la dimensione del lavoro povero (significa avere meno del 60% del reddito mediano). Sappiamo le cause del lavoro povero, che ha origine globali come guerre e pandemie. Ma c’è una motivazione che è prettamente italiana: il nostro Paese è su un sentiero piatto, una stagnazione da circa 25-30 anni. Ecco perché i nostri salari sono poveri. Problema grande di povertà legata al lavoro, che riesce a trasformarsi in qualcosa di ancora peggiore, che non dobbiamo esitare a chiamare “forme di schiavitù”.
Lo sfruttamento legato al lavoro è un fenomeno mondiale e “scalare”: “Qualche anno fa in una conferenza a Dubai ho parlato con il tassista, un expat: mi raccontava che ti prelevano il passaporto e puoi andare a casa ogni due anni e solo per pochi giorni. Gli expat vivono lontani dai centri, separati. L’aspetto curioso era che la conferenza trattava il tema della costruzione di un sistema pensionistico in Arabia… Ho chiaramente detto che se volevano modernizzarsi, dovevano risolvere due questioni: gli expat e il ruolo delle donne”.
In quel momento Elsa Fornero ha ricevuto una risposta significativa. “C’era un vice ministro dell’Arabia che mi ha detto: vede signora, noi qui abbiamo ancora abitudini tribali, lei ci parla di un altro mondo. Ora, sembra di parlare di un altro mondo. Ma se noi pensiamo a che cosa succede nell’agropontino, ma anche nelle nostre Langhe, dove producono vini che si vendono in tutto il mondo anche tramite aste, non possiamo non condividere l’idea che la schiavitù c’è anche da noi”. Spesso in questi contesti si annida una piramide di disperazione, dove “anche l’intermediario, il caporale, è un poveretto pure lui, che sta un gradino sopra la scala della disperazione”.
Caselli ha ricordato la vicenda di Satnam Singh, lavoratore agricolo di 31 anni, scaricato davanti a casa sua con il braccio tranciato e di fatto lasciato morire “come uno scarto di produzione”. Il caporalato genera storie umane di sofferenze e, come visto, tragedie. Pone, però, anche un tema di competitività. “Gli operatori che operano nell’ambito della legalità si trovano a competere in termini di costi produttivi con chi si affida allo sfruttamento. Questo è un problema enorme, un danno pesante anche in termini di reputazione, soprattutto se si cerca di proporsi in termini di eccellenza sul mercato. Il caporalato non può ridursi a dolorosa necessità, per esigenze di contenimento costi”.


