L’edizione 2024 del Festival si chiude sulle riflessioni legate a due parole. La prima la sceglie Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato e politico; la seconda il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo metropolita di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Sono “Comunità” e “Gentilezza”. “Scelgo comunità e non popolo – specifica Carofiglio – parola spesso mal compresa e mal utilizzata. Comunità, sin dal suo significato etimologico, è il luogo del servizio per l’altro, dell’altruismo consapevole. È un luogo di doni, fuori da quello schema che ci sembra inevitabile dell’individualismo. Comunità è anche un concetto frattale, cioè che si riproduce nella sua forma cambiando ordine di grandezza. Infatti, la comunità è composta di altre comunità, è realmente un’entità plurale”.

“La gentilezza è un atteggiamento ed è la prima forma di accoglienza – sostiene il cardinal Zuppi – L’attenzione verso l’altro è una forma di gentilezza straordinaria, commovente: non serve una proprietà di linguaggio particolare, nella semplicità ci possono essere tanto amore, rispetto e, appunto, gentilezza. Spesso c’è molta aggressività, molta ruvidezza, perché siamo guidati dalla paura. La gentilezza trasforma profondamente lo stile di vita e i rapporti sociali, in modo di dibattere e confrontarsi sulle idee. Solo così si aprono strade laddove l’esasperazione distrugge tutti i ponti”.

L’occasione dell’incontro è stato l’ultimo appuntamento dell’edizione 2024 del Festival dell’Accoglienza ospitato nell’Aula Magna dell’Università di Torino della Cavallerizza Reale . “Le parole sono pistole cariche? Dialogo sul linguaggio violento e sui suoi antidoti”: su questo tema si sono confrontati Carofiglio e il cardinal Zuppi, con la moderazione di Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire, e l’introduzione dell’Arcivescovo di Torino Roberto Repole.

In un’epoca in cui sembrano contare solo i fatti, riflettere sulla violenza insita nelle parole ci aiuta a ragionare su quello che succede.

“Il filosofo del linguaggio John Searle ci spiega come non sia possibile pensare se non si è capaci di scrivere e parlare bene – racconta Carofiglio – Quando nelle istituzioni si comincia a parlare una lingua che i cittadini non capiscono, la democrazia è a rischio. Occuparsi dello stato di salute del linguaggio di un paese è un obbligo centrale. I più inclini ad azioni violente sono quelli meno provvisti di strumenti linguistici, che sono muti rispetto alla sofferenza interiore che si portano dietro. Cito spesso gli studi di Robert Levy, antropologo: per capire come mai il Paese nel quale c’era il maggior numero di suicidi fosse Tahiti, volle approfondire il tema e scoprì che nella lingua locale non esistevano parole per la sofferenza psicologica e intima, per descrivere tristezza, angoscia, malinconia. E quando quelle emozioni le provavano, producevano il corto circuito drammatico. Avere o non avere le parole, ha un’influenza diretta sulla vita delle persone. Dobbiamo smontare i meccanismi manipolatori del linguaggio: se uso il linguaggio per inventare nemici, sto facendo un’operazione violenta. La base del populismo è nell’uso scorretto del linguaggio, è prendere un sentimento diffuso, ad esempio la frustrazione per le ingiustizie, e inventarsi un obiettivo. Se in più uso delle espressioni deliberatamente violente, è ancora più grave”.

Siamo nell’epoca delle post verità, delle realtà manipolate. Cosa possiamo fare per arginare il fenomeno? “Ad esempio, possiamo imparare l’accoglienza – suggerisce il cardinal Zuppi – Senza accoglienza non c’è futuro e non c’è presente. Ci sono certe verità che così come sono raccontate diventano pietre, monolitiche. C’è una disinvoltura comunicativa che sembra più vera perché semplifica, ma in realtà alza muri, ignora ed è colpevole. Ti spiego la complessità della realtà ma in realtà la nascondo nella sua semplificazione: ci vuole tempo, servono informazioni per capire. Bisogna informare e non deformare. Armare con la parola è molto facile. Attenzione alle finte verità di una comunicazione che semplifica che dice come stanno le cose: induce a una conoscenza che è ignoranza”.

Carofiglio ha dedicato un saggio a due parole significative, errore e ignoranza: “. È l’elogio dell’ignoranza consapevole e dell’errore consapevole di chi è capace e desideroso di autocorreggersi. Contemporaneamente, è un’invettiva contro l’arroganza e l’ignoranza esibita, soddisfatta di sé e l’attitudine che molti hanno in posizioni di responsabilità di negare la possibilità stessa di commettere un errore. Frasi come Rifaremmo tutto sono proprio l’epitome della arroganza, perché per quanto tu possa esserti comportato in modo efficace e in buona fede, avrai fatto sicuramente degli errori perché l’errore è una delle modalità del procedere dell’intelligenza della vita umana, è fisiologico e inevitabile”. Arriviamo ad imparare attraverso l’ignoranza consapevole: “Comincia lì la strada per ampliare la nostra conoscenza. Il fisico Maxwell sosteneva che l’ignoranza completamente consapevole è il preludio a ogni reale progresso nella scienza. Recentemente, un accademico della Pennsylvania University ha studiato 28000 previsioni di 284 esperti per un arco di tempo lunghissimo, 10 anni, la loro capacità di prevedere efficacemente gli eventi e quindi di interpretare efficacemente il mondo complesso che abbiamo attorno. Il risultato è che nella grande maggioranza di queste previsioni di esperti, l’accuratezza era più o meno corrispondente a quella che sarebbe derivata dal lancio di una monetina e inferiore all’applicazione di un algoritmo elementare, che tiene conto di cosa è successo nel caso analogo per l’ultima volta. Quelli che performano peggio sono gli esperti televisivi che vanno in onda a formulare affermazioni categoriche”.

Questo dato sottolinea il pericolo della iper-banalizzazione della comunicazione attraverso una semplificazione eccessiva, perché la complessità spaventa. “La miglior capacità di previsione era del 2% di esperti capaci di guardare il tema da più punti di vista e pronti a riconoscere rapidamente di essersi sbagliati, quindi reattivi a incorporare l’errore nella rivalutazione di quello che devono fare e devono dire”.

L’incontro finale del Festival dell’Accoglienza di Torino è stata anche l’occasione per Carofiglio per rendere omaggio a un illustre cittadino del capoluogo piemontese: “Norberto Bobbio nella prefazione al Trattato dell’Argomentazione. La Nuova Retorica di Chaim Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca ci dice che la teoria dell’argomentazione rifiuta le antitesi siccome sa che tra la verità assoluta degli invasati e le non verità degli scettici c’è spazio per le verità plurali, da sostenere attraverso l’unico strumento che abbiamo: addurre buone ragioni. Significa usare il linguaggio in modo consapevole e responsabile, ragioni pro e contro e farlo rispettosamente, con la convinzione di ciò in cui si crede ma contemporaneamente nella consapevolezza della complessità del mondo e del fatto che possiamo cambiare idea. Bobbio conclude dicendo che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni allora comincia la violenza”.

Si riflette anche su quali parole facciano più paura. “Quello che ci fa paura non sono le singole specifiche parole, che in sé non sono buone o cattive: se sono capaci di fare il loro lavoro sono buone, se non sono capaci di farlo perché magari deliberatamente manipolate sono cattive. Le parole che mi preoccupano sono quelle usate in modo difforme dal loro significato, per conseguire uno scopo diverso dal loro senso originale. Così il linguaggio viene meno alla sua funzione naturale, per conseguire una funzione diversa e deteriore: quella di manipolare e nascondere la verità”.

Anche cogliere le differenze di senso tra le parole è importante: “Pensiamo a due parole usate spesso come sinonimi: sdegno e indignazione. L’intenzione sembra la stessa cosa, in realtà lo sdegno è la reazione rabbiosa dell’individuo verso l’altro per qualcosa che percepisce come una violazione delle sue libertà. È la manifestazione del rancore derivante dalle più varie ragioni, è l’invettiva del suddito. L’indignazione è una cosa molto diversa: è il gesto del cittadino che chiede giustizia per una cosa contro la quale lottava individualmente e collettivamente e si assume la responsabilità. Nello sdegno non c’è tessuto sociale, c’è la richiesta che qualcuno mi dica chi devo odiare. L’indignazione è aspirazione a cambiare il mondo”.