Per gentile concessione della relatrice pubblichiamo il testo dell’intervento di Aurora Nicosia, già direttrice di “Città Nuova” all’incontro del Festival dell’Accoglienza del 30 settembre 2026 “Riparare i legami”.
Non avevo compreso appieno l’esperienza del carcere fino a quando non ho provato a varcarne la soglia, grazie ad alcuni appuntamenti legati alla lettura di Città Nuova (la testata per cui lavoro) che nel nostro Paese raggiunge più di 80 istituti penitenziari. Rumori e odori, grigiore e colori, sguardi e parole, sbarre e tunnel ti penetrano dentro e ti interpellano fortemente.
Ti chiedi come si possa parlare di opportunità rieducativa quando le persone – pur colpevoli, e non sempre colpevoli – vivono in pochi metri quadri l’uno sopra l’altro, in ambienti che di igienico hanno ben poco (con fornellino e bagno a tiro di schioppo), dove non esiste l’intimità, con docce malfunzionanti e insufficienti, acqua gelida. Persone fondamentalmente sole, senza nessuno da amare o che le ami, portate spesso lontano dalle famiglie (quando ne abbiano una), condannate all’ozio, demotivate, frustrate. Con assistenza sanitaria assolutamente carente, servizi psichiatrici quasi inesistenti, personale di polizia ed educatori in grave deficit di organico.
Temi come le pene alternative, l’attenzione all’edilizia carceraria ordinaria e straordinaria, la dignità della persona, i percorsi lavorativi, la giustizia riparativa, cedono il passo alla mentalità repressiva che pensa di risolvere i problemi della sicurezza inasprendo le pene e aumentando i reati punibili. Dimenticando, solo per fare un esempio, che il tasso di recidiva tra i detenuti che in carcere non svolgono un lavoro è del 70%, mentre scende al 2% fra chi ha questa possibilità.
Troppo facile fare del carcere una sorta di discarica sociale. Troppo facile buttare la chiave per stare tranquilli. Facile e disumano. Per questo non possiamo tacere!
In tanti di noi che siamo qui – e non solo – credo sia forte il desiderio di tenere viva l’attenzione su questi temi, di dare spazio e voce con una certa continuità ai diversi soggetti coinvolti, di incidere sull’opinione pubblica perché non releghi la questione alla conta dei disordini che ogni tanto scoppiano in carcere, né versi solo lacrime di coccodrillo quando avviene qualche suicidio (ahimè troppi) in cella e fuori (anche per gli agenti è dura).
Personalmente posso dire che da alcuni anni seguo con passione quello che nel tempo è diventato un vero e proprio progetto carceri legato alla mia testata arrivando ad ideare un inserto trimestrale, che è uscito per la prima volta col numero di dicembre 2024 di Città Nuova. Un piccolo contributo, ma con un grande significato: abbattere i muri che recidono ogni legame tra il carcere e la comunità, andare insieme oltre quelle gelide (o bollenti) pareti che separano chi sta fuori e chi sta dentro. Il nome di quest’inserto è “Oltre le mura. Il carcere e la comunità”. Dunque, piena sintonia con il titolo dell’appuntamento odierno: Riparare i legami. Giustizia e comunità.
Oggi siamo qui per condividere riflessioni, proposte, progetti. E fra gli spunti che vorrei sottoporre alla vostra attenzione c’è anche il tema dei suicidi in carcere che ha a che fare con tutto quello di cui parleremo stasera, perché laddove il sistema a tutti i livelli funziona anche i suicidi si riducono o si azzerano.
Spesso il momento fatale, quello in cui decide di farla finita, è quello in cui per un detenuto o una detenuta si avvicina l’ora di lasciare il carcere. Può sembrare assurdo, ma è così in tanti casi. La maggior parte dei suicidi, dicono le statistiche e raccontano tutti gli operatori, avvengono o a inizio pena, quando non ci si riesce ad “abituare” alle condizioni spesso terribili della detenzione, oppure a fine pena, quando quello che noi consideriamo il ritorno alla vita normale, di normale non ha niente per chi per anni ha vissuto in carcere.
Il sogno di libertà, a lungo assaporato, si trasforma in un vero e proprio incubo. «Dove andrò, cosa farò, chi mi accoglierà, chi avrà fiducia in me?». Sono le domande che attanagliano la mente di chi si appresta a varcare al contrario quella soglia che lo aveva portato dentro, lontano da tutto e da tutti, a trascorrere giornate in balìa della noia, a condividere pochi metri quadri con altri disperati, colpevoli sì, ma sempre persone con una dignità da rispettare. Impossibile pensare ad un futuro diverso, se quel futuro non è stato costruito già oltre le sbarre. E il più delle volte succede proprio questo, talmente è predominante l’aspetto punitivo, rispetto alla funzione rieducativa che il carcere dovrebbe avere.
«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», recita l’art. 27 della nostra Costituzione. Eppure, a disattendere tale norma, è proprio chi dovrebbe garantirla. Non vogliamo con questo disconoscere l’impegno personale spesso meritevole di tanti operatori e dirigenti a tutti i livelli che, pur in situazioni estremamente disagevoli fanno di tutto per attivare percorsi e favorire iniziative le più varie proprio nell’ottica di rispettare ogni detenuto e dargli una possibilità di futuro. Ma in generale, dobbiamo ammetterlo, il sistema non funziona e non si capisce perché non si riesca ad invertire la rotta. Non ci sono soluzioni? Mancano le proposte? Non si trovano persone disponibili? Niente di tutto ciò, perché basterebbe ascoltare e valorizzare le numerose realtà che operano già a favore dei detenuti per un’inversione di rotta efficace e duratura e qui abbiamo un esempio egregio con l’Opera Barolo, oltre alla varietà e ricchezza di iniziative che la città di Torino offre.
Vorrei concludere con un’immagine che ho trovato emblematica. Siamo a Trespiano, in provincia di Firenze, dove solo otto persone partecipano al funerale di Elena Gurgu, una giovane donna di 26 anni, arrivata dalla Romania in Italia, dopo aver vissuto in Ungheria. Una vita sulle strade, da quando aveva 14 anni, tra prostituzione e crack, proseguita in prigione, conclusa tragicamente. La sua famiglia di origine, informata dell’accaduto, non ha voluto saperne e dunque attorno a lei si sono strette «alcune persone che hanno saputo vedere il tuo desiderio di vita e di felicità. Adesso siamo qui per affidarti al Padre, che conosce da sempre la tua dignità», ha affermato don Stefano Casamassima, il cappellano di Sollicciano dove Elena si è impiccata. Sul muro della sua cella hanno trovato scritto: «Elena vi saluta».
E qui le parole tacciono, perché dietro un gesto estremo si può intuire un’esistenza in cui sfruttamento e solitudine hanno avuto il sopravvento, e l’amore di quelle otto persone che l’hanno accompagnata nell’ultimo tratto non è stato sufficiente a riempire quel vuoto dell’anima che aveva scavato un baratro nella sua vita.
Quante “Elena” nelle carceri italiane, quanti detenuti e detenute che attendono qualcuno che porga loro la mano, che dica: «Coraggio, ce la puoi fare, sono con te adesso che sei dentro e poi, quando sarai fuori. Sono con te nei tuoi incubi, nei tuoi sogni per il futuro, nel tuo desiderio di voltare pagina, per mettere le basi per una vita diversa, per non farti mancare l’affetto dei tuoi cari…».
E quante e quanti uomini e donne che incarnano questa mano tesa, senza la quale sicuramente il bilancio dei suicidi sarebbe di gran lunga superiore. Tanti di questi uomini e di queste donne oggi sono qui, siete qui. Grazie, dunque, per esserci!


